Transcription of Prose della volgar lingua - Biblioteca della …
1 Letteratura italiana EinaudiProse dellavolgar linguadi Pietro BemboEdizione di riferimento:in Prose della volgar lingua , Gli Asolani, Rime,a cura di Carlo Dionisotti, Utet, Torino 1966 Letteratura italiana EinaudiiiiLetteratura italiana EinaudiPrimo libro1 Secondo libro43 Terzo libro92 Sommario1 Letteratura italiana EinaudiPRIMO LIBRO[ ] Se la natura, Monsignor messer Giulio, dellemondane cose producitrice e de suoi doni sopra essedispensatrice, s come ha la voce agli uomini e la disposi-zione a parlar data, cos ancora data loro avesse neces-sit di parlare d una maniera medesima in tutti, ella sen-za dubbio di molta fatica scemati ci avrebbe e alleviati,che ci soprast.
2 Con ci sia cosa che a quelli che ad altreregioni e ad altre genti passar cercano, che sono sempree in ogni parte molti, non converrebbe che, per intende-re essi gli altri e per essere da loro intesi, con lungo stu-dio nuove lingue apprendessero. Anzi s come la voce a ciascun popolo quella stessa, cos ancora le parole, chela voce forma, quelle medesime in tutti essendo, agevolesarebbe a ciascuno lo usar con le straniere nazioni; il chele pi volte, pi per la variet del parlare che per altro, faticoso e malagevole come si vede.
3 Perci che qual bi-sogno particolare e domestico, o qual civile commodit della vita pu essere a colui presta, che sporre non la saa coloro da cui esso la dee ricevere, in guisa che sia dalor conosciuto quello che esso ricerca? Senza che nonsolo il poter mostrare ad altrui ci che tu addomandi, t di mestiero affine che tu il consegua, ma oltre acci an-cora il poterlo acconciamente e con bello e grazioso par-lar mostrare, quante volte cagione che un uomo da unaltr uomo, o ancora da molti uomini, ottien quello chenon s otterrebbe altramente?
4 Perci che tra tutte le coseacconce a commuovere gli umani animi, che liberi sono, grande la forza delle umane parole. N solamente questa fatica, che io dico, del parlare,ma un altra ancora vie di questa maggiore sarebbe danoi lontana, se pi che una lingua non fosse a tutti gliuomini, e ci quella delle scritture; la quale perci chea pi largo e pi durevole fine si piglia per noi, di me-Pietro Bembo - Prose della volgar linguastiero che da noi si faccia eziandio pi perfettamente,con ci sia cosa che ciascun che scrive, d esser letto disi-dera dalle genti, non pur che vivono, ma ancora che vi-veranno, dove il parlare da picciola loro parte e solo perispazio brevissimo si riceve; il qual parlare assai agevol-mente alle carte si manderebbe, se niuna differenzav avesse in lui.
5 Ora che, qualunque si sia di ci la cagio-ne, essere il vediamo cos diverso, che non solamente inogni general provincia propriamente e partitamentedall altre generali provincie si favella, ma ancora in cia-scuna provincia si favella diversamente, e oltre acci es-se stesse favelle cos diverse alterando si vanno e mutan-do di giorno in giorno, maravigliosa cosa a sentirequanta variazione oggi nella volgar lingua pur sola-mente, con la qual noi e gli altri Italiani parliamo, equanto malagevole lo eleggere e trarne quello essem-pio, col quale pi tosto formar si debbano e fuori man-darne le scritture.
6 Il che aviene perci , che quantunquedi trecento anni e pi per adietro infino a questo tempo,e in verso e in prosa, molte cose siano state in questa lin-gua scritte da molti scrittori, s non si vede ancora chidelle leggi e regole dello scrivere abbia scritto bastevol-mente. E pure ci cosa, a cui doverebbono i dotti uo-mini sopra noi stati avere inteso; con ci sia cosa che al-tro non lo scrivere che parlare pensatamente, il qualparlare, come s detto, questo eziandio ha di pi , cheegli e ad infinita moltitudine d uomini ne va, e lunga-mente pu bastare.
7 E perci che gli uomini in questaparte massimamente sono dagli altri animali differenti,che essi parlano, quale pi bella cosa pu alcun uomoavere, che in quella parte per la quale gli uomini agli al-tri animali grandemente soprastanno, esso agli altri uo-mini essere soprastante, e spezialmente di quella manie-ra che pi perfetta si vede che e pi gentile? Per la qual cosa ho pensato di poter giovare agli stu-diosi di questa lingua , i quali sento oggimai essere senza2 Letteratura italiana Einaudinumero, d un ragionamento ricordandomi da Giulianode Medici, fratel cugin vostro, che ora Duca di Ne-morso, e da messer Federico Fregoso, il quale pochi an-ni appresso fu da Giulio papa secondo arcivescovo diSalerno creato, e da messer Ercole Strozza di Ferrara, eda meser Carlo mio fratello in Vinegia fatto, alquanti an-ni adietro, in tre giornate.
8 E da esso mio fratello a me,che in Padova a quelli d mi trovai essere, poco appressoraccontato, e quello alla sua verit , pi somigliantemen-te che io posso, in iscrittura recandovi, nel quale peraventura di quanto acci fa mestiero si disput e si che a voi, Monsignore, come io stimo, non fia discaro,s perch non solo le latine cose, ma ancora le scritte inquesta lingua vi piacciono e dilettano grandemente, e trale grandi cure che, con la vostra incomparabile pruden-za e bont le bisogne di santa Chiesa trattando, vi piglia-te continuo, la lezione delle toscane Prose tramettete, egli orecchi date a fiorentini poeti alcuna fiata (e poteteci avere dal buon Lorenzo, che vostro zio fu, per suc-cession preso, di cui molti vaghi e ingeniosi componi-menti in molte maniere di rime e alcuni in prosa si leg-gono)
9 E s ancora per questo, che della vostra citt diFirenze e de suoi scrittori, pi che d altro, si fa memoriain questo ragionamento, dalla quale e da quali hanno leleggi della lingua che si cerca, e principio e accrescimen-to e perfezione avuta.[ ] Perci che essendo in Vinegia non guari primavenuto Giuliano, il quale, come sapete, a quel tempoMagnifico per sopranome era chiamato da tutti, neltempo che voi et egli e Pietro e il cardinale de Medicisuoi fratelli, per la venuta in Italia e in Firenze di Carloottavo Re di Francia di pochi anni stata, fuori della pa-tria vostra dimoravate (il qual cardinale, la Dio merc ,ora papa Leon decimo e Signor mio, a voi ha l ufficio e ilnome suo lasciato)
10 E i due che io dissi, messer Federigo,Pietro Bembo - Prose della volgar lingua3 Letteratura italiana EinaudiPietro Bembo - Prose della volgar linguache il pi giovane era, e messer Ercole, ritrovandovisiper loro bisogne altres , mio fartello a desinare gl invit seco; s come quegli uomini, i quali e per cagion di me,che amico e dell uno di lor fui e degli altri ancor sono, eperch il valevano, egli amava e onorava sopra gli per aventura quel d il giorno del natal suo, che a dieci d di dicembre veniva; n ad esso doveva ritornarpi , se non in quanto infermo e con poca vita il ritrovas-se, perci che egli si mor a trenta d del dicembre chesegu appresso.